GLI EUROPROBLEMI E IL PIANO GREXIT

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A quasi tre anni dai primi timori di una crisi del debito degli stati europei, l’ipotesi di un dietrofront all’assetto geopolitico originario non è mai stata così incalzante. Facciamo luce sui principali temi caldi del momento.

Quando venne istituita l’unione monetaria europea, quale compromesso tra realtà profondamente diverse, i benefici economici attesi per ciascun paese sembravano poter compensare le divergenze iniziali. Se l’onda d’urto dello scoppio della bolla immobiliare statunitense aveva messo in mostra in prima battuta un’Europa forte, in grado di trarre vantaggio dalla struttura creata, dopo ha fatto più danni di quanti si potesse immaginare, al punto da rendere necessaria la creazione di acronimi e neologismi come PIIGS, Grexit o LTRO per spiegare un’unione la cui è economia è dettata dall’alternarsi di voci e interventi da parte dei policy makers.  Come mostrato dal Purchasing Manufacturing Index, l’economia reale rimane stabilmente in zona di non crescita ( valori inferiori a 50) , ad un minimo non più toccato dal 2009. Quale sarà la fine dell’euro e dei debiti sovrani è la domanda da un milione di dollari a cui tutti cercano di dare risposta. Limitandoci ad un breve assaggio dello scenario economico finanziario entriamo nel dettaglio dei tormentoni del momento.

 

 

 MADRID TRA CRISI IMMOBILIARE E DEBITI LOCALI

A mettere a rischio il delicato domino delle finanze dell’area euro è ora la Spagna. Ilsistema bancario sembra solo ora rendersi conto della bomba a orologeria tenuta in pancia fino a questo momento. La forte crisi immobiliare che sta attraversando il paese ha infatti portato a galla la forte esposizione del sistema creditizio iberico alle cosiddette zombie companies,  ovvero quelle società appartenenti al settore Real Estate in piena bolla immobiliare, indipendentemente dal rispettivo merito creditizio. Una tra tutte, Metrovacesa SA nell’ultimo anno non solo non è riuscita a portare a termine alcun progetto ma non ne prevede alcuno per l’anno successivo.  Secondo i dati Reuters, un’insolvenza in massa comporterebbe un buco nelle casse delle banche spagnole di 126 miliardi di euro, una cifra che l’intero sistema di credito iberico riuscirebbe a coprire unicamente per il 67,5%. Anche se il valore medio di riacquisto delle proprietà è arrivato a circa la metà di quello iniziale, secondo stime di Fitch, alla luce del salario medio spagnolo, gli attuali prezzi del mercato degli immobili risultano ancora inaccessibili, lasciando spazio ad un’ulteriore depressione del settore.

Se già le finanze pubbliche dello stato mostravano per tutte le amministrazioni locali saldi negativi e un forte livello d’indebitamento, i 23,5 miliardi di euro richiesti da Bankia, la quarta banca spagnola, per evitare il fallimento hanno accresciuto ancor di più i timori di un crollo del sistema iberico. L’ipotesi di salvataggio vedrebbe infatti l’ingresso diretto dello stato all’interno del capitale della banca, ponendo i rispettivi diritti in caso di fallimento dell’istituto, evento non ancora escludibile, al grado del capitale di rischio.  In ogni caso Madrid non si è mostrata in grado di poter finanziare per intero l’operazione ed il crollo del titolo Bankia, -27 % in due giorni, non ha fatto altro che aumentare le probabilità di default dell’istituto. Si alzano così i primi rumors su una possibile soluzione in stile “irlandese”, ovvero di nazionalizzazione delle banche ed una loro successiva ricapitalizzazione con il necessario aiuto da parte del Fondo Salva Stati.

Non è però solo l’instabilità del sistema creditizio ad affossare la piazza di Madrid, in perdita del 39 % nell’ultimo anno, ma anche il livello insostenibile raggiunto dall’indebitamento dei governi locali, che contribuisce a infiammare i timori sulla capacità del governo di Rajoy di far fronte al piano di austerity imposto da Bruxelles. Sui mercati intanto il cambio euro dollaro tocca il suo minimo al di sotto di 1,25 dollari e il Titolo di Stato trimestrale tedesco, considerato un rifugio dalle escursioni della moneta unica, continua a mostrare un rendimento negativo, pari al -0,025%.

GREXIT O NON GREXIT?

Con Madrid sotto i riflettori, Atene è suo malgrado passata in secondo piano. Nondimeno tuttavia, il versamento nelle casse di quattro istituti nazionali di circa 18 miliardi di euro da parte della Banca Centrale Greca utilizzando la linea di credito della BCE (Emergency Liquidity Assistance) alimenta i dubbi relativi alla bontà dell’intervento di hair cut sul debito ellenico dello scorso marzo. Tale intervento si è infatti rivelato necessario per poter riammettere Banca Nazionale, Alpha, Eurobank e Banca del Pireo alle
aste di rifinanziamento di Francoforte, che pone quale condizione un certo livello di capitalizzazione. Il dubbio “Grexit o non Grexit” scandisce l’attesa delle prossime elezioni di giugno. Certo è che, in caso di uscita, il costo per le casse dell’euro sarà tanto maggiore quanto più si attenderà a mettere in atto l’operazione. Secondo dati di BNP Paribas, se al credito vantato dai creditori ufficiali ( Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Greca, prestiti bilaterali con altri stati europei, EFSF, Banca Centrale Europea, posizioni in essere dovute al sistema TARGET2) si aggiunge quello dei privati l’ammontare arriva a circa 560 miliardi di euro. I prestiti risultano collateralizzati, ovvero gli importi sono trasferiti previo deposito di titolo in garanzia, ma quelli depositati dalla Banca Greca, già di scarsa qualità, non farebbero altro che peggiorare ulteriormente in caso di repentino disastro. Allo stato dell’arte, un paese la cui economia conta lo 0,4% del PIL mondiale ( dati Bloomberg) tiene così sotto scacco l’intero sistema. Le prossime elezioni di giugno saranno quindi decisive non tanto per la scelta di uscire dall’area euro ( ipotesi rifiutata da entrambi i candidati) ma quanto più per la volontà o meno di rinegoziare i termini del piano di austerity.  Già ora infatti, per il pagamento del servizio pubblico, a fronte di una mancanza di mezzi propri,la Grecia necessita di una liquidità di circa 2 miliardi di euro su base mensile.

GERMANIA, RISCHIO TARGET2

Se le ultime analisi riportate da JP Morgan Chase stimano in caso di ritorno alla Dracma una perdita per ciascun paese dell’area euro pari all’1% del Pil e di uno 0,7% per i partner commerciali dello stato ellenico ( in primis Gran Bretagna, Cina  e Russia), un capitolo a parte riguarda la Germania. Seil fly to quality che ha spinto gli ordini di acquisto sui governativi tedeschi sta di fatto permettendo al governo della Merkel di finanziarsi a un tasso pressoché nullo, il ruolo di primo della classe potrebbe costargli più caro del previsto.  Non solo tra i principali detentori privati di debito greco figurano importanti istituti di credito tedeschi ( Deutsche Bank e Commerzbank), ma il sistema TARGET2 vedela Bundesbank vantare un credito nei confronti delle Banche Centrali degli altri paesi dell’unione monetaria pari a 644,182 miliardi di euro ( dati Bundesbank al 30 aprile 2012).  Con TARGET2 s’intende un sistema di compensazione dei pagamenti tra Banche Centrali tale da mantenere in equilibrio la bilancia all’interno dell’area. Se quindi un correntista decidesse di spostare un flusso di cassa da una banca della Grecia poniamo, per spostarlo in quello della Germania, il meccanismo prevederebbe che l’istituto ellenico per mantenere la propria posizione ottenesse dalla banca centrale greca un pari ammontare.  Quest’ultima a sua volta ne farebbe richiesta alla BCE.  Dall’altro lato, la banca ricevente il nuovo flusso di denaro, depositerebbe un pari ammontare presso la rispettiva Banca Centrale che a sua volta procederebbe nella stessa misura pressola BCE. A partire dal 2009 la fuga di capitali dai paesi periferici ha trovato come maggior porto d’approdola Germania, terra prediletta anche per le misure di LTRO dalle stesse banche nazionali al fine di ridurre ulteriormente l’esposizione sugli istituti periferici più a rischio.La Bundesbank tedesca tuttavia, in caso d’insolvenza, si troverebbe a dover rispondere in modo solidale con le altre banche centrali, riducendo così la propria esposizione a circa il 28%.  Se però si dovesse inscenare un rischio domino superiore a quello isolato di un unico paese, il riflesso sulle casse tedesche potrebbe essere di gran lunga peggiore

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