CURRENCY WAR?

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Rimbalza da una testata all’altra l’allerta per una guerra valutaria che porterà mercati emergenti e non a darsi battaglia a suon di svalutazione. Ma è proprio così?

Argomento centrale della riunione del G20 tenutosi a Mosca lo scorso weekend è stata la guerra valutaria, anche se il ruolo di non protagonista è stato assegnato alla crescita claudicante visti i numeri Eurostat ancora deludenti, come il calo del Pil italiano dello 0,9% su base trimestrale ( dati OCSE) L’indice ZEW, termometro della salute dell’economia tedesca, è tuttavia salito ai massimi dagli ultimi tre anni a quota 48,2, superando di oltre 10 punti le attese di mercato, poste a 35. Il dato farà così placare gli umori della locomotiva teutonica che aveva affrontato di petto insieme alla vicina francese il problema dell’intervento della BOJ sul corso dello yen, implementando una massiccia svalutazione della valuta nipponica a tutto svantaggio dell’export dell’area euro, soprattutto del comparto auto motive, dove il Giappone risulta il principale competitor.

La politica monetaria voluta da Shinzo Abe, primo ministro giapponese, ha infatti portato a un deprezzamento della valuta del Sol Levante di oltre il 20% nei confronti dell’euro, mentre il cambio dollaro yen è ai massimi  da maggio 2010. Tuttavia sia il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che quello della FED statunitense, Ben Bernanke, non hanno affilato le unghie contro le mosse di Abe. Le motivazioni sottostanti le linee adottate dai due governatori sono tuttavia molto differenti.

Partendo dal contributo di Philip Hildebrand, ex governatore della Swiss National Bank, apparso sul Financial Times la scorsa settimana, tenteremo di far luce sulle ragioni che hanno portato le principali banche centrali a creare quell’effetto domino che si sta osservando sui mercati valutari.  Il primo punto su cui vuole fare chiarezza l’economista d’oltralpe, è l’assenza, almeno sul piano teorico, dell’intenzione da parte delle banche centrali di dare luogo ad una guerra valutaria benchè agli occhi degli investitori e degli statisti le svalutazioni competitive adottate dai governatori ne sembrino il naturale preludio.

Le misure di allentamento monetario messe a punto dalla Federal Reserve e dalla Bank Of England, risultano a pieno tra gli strumenti in mano agli istituti per assolvere agli obiettivi previsti dai rispettivi statuti. A differenza della Banca Centrale Europea che ha come priorità la stabilità dei prezzi, per gli altri due istituti, sotto la lente c’è l’occupazione. Gli ultimi dati relativi ad un tasso statunitense di disoccupazione in rialzo rispetto al mese precedente e ad una crescita nulla del Pil britannico per la seconda metà del 2012, hanno spinto Bernanke e Carney a passare dallo stimolo alle esportazioni, potendo contare in entrambi i casi su uno speculare livello delle importazioni in raffreddamento.

Gli aggiustamenti hanno cosi comportato rispetto all’euro un deprezzamento negli ultimi  mesi pari al 4,19% per il dollaro e del 6,86% per la sterlina inglese, nonché un impatto diretto sulle economie emergenti che assorbono buona parte delle variazioni.

E’ questo il caso del Perù.La Banca Centrale, nel tentativo di indebolire la propria valuta, ha dato inizio ad un massiccio acquisto di riserve internazionali di dollari che hanno tuttavia avuto l’effetto di attrarre gli investitori internazionali sul proprio mercato obbligazionario, spingendo sui massimi degli ultimi 16 anni il  Sol peruviano.  Il Perù rappresenta ora il terzo paese dell’America Latina con la maggior percentuale di riserve in dollari grazie ad un incremento del 28,5 % nell’ultimo anno, superando il livello di Stati Uniti e del Canada.

Il problema del Giappone è ancora differente, dal momento che la svalutazione competitiva della moneta è l’unica mossa possibile. Il paese viene da una deflazione cronica, insostenibile per i target delle banche centrali dei paesi del G7. Una misura da manuale potrebbe essere un taglio dei tassi a breve, che risultano tuttavia allo 0%, quindi impossibili da ridurre ulteriormente. Un’alternativa, peraltro già attuata con successo dalla FED, sarebbe quella di  intervenire al ribasso sui tassi a lungo, ma le aspettative sui tassi futuri permangono molto basse: guardando alla curva forward dei tassi nipponici infatti, non sono prezzati incrementi fino al 2016 e la domanda d’importazione rimane debole. La bilancia commerciale è tuttavia in surplus ed una svalutazione dello yen spingerebbe ancora di più il surplus riuscendo nell’intento di incrementare l’inflazione.

Più che di guerra valutaria si dovrebbe quindi parlare di tentativo delle banche centrali di riaccendere la miccia delle rispettive economie domestiche. Uno strumento che tuttavia non è previsto dalla Banca Centrale Europea. Secondo quanto dichiarato dal presidente Draghi e dal presidente della Bundesbank Weidmann l’euro non risulterebbe sopravvalutato ma in linea con la sua media di lungo periodo.

Risulta tuttavia interessante dare risalto all’accusa lanciata sul blog di ZeroHedge, importante termometro del sentiment di mercato, alla FED sulla sua capacità di manovrare il cambio euro dollaro. Secondo il blog infatti la liberazione di nuova liquidità andrebbe per la maggiore nella casse degli istituti di credito esteri operanti in territorio statunitense secondo una formula do ut des secondo la quale l’incremento di patrimonio dovrebbe avere come finalità l’acquisto di euro al fine di spingere in alto il cambio, come mostrato dal grafico.

ORO E DOLLARO

La perdita di terreno dello yen, nonché il floor posto sul cambio euro/franco svizzero, riportano inevitabilmente l’attenzione sull’oro e sui metalli preziosi come asset rifugio. Benchè la notizia del disinvestimento di buona parte della propria posizione in oro fisico dei maggiori fondi statunitensi abbia spinto le quotazioni del biondo metallo a rompere, seppure solo in intraday per il momento, la soglia psicologica dei 1600 dollari, potrebbe rivelarsi utile tenere sotto osservazione il comportamento dell’oro e dei prodotti di investimento ad esso legati.  Se a trascinarlo in basso ha contribuito la debolezza del dollaro, un report di Sociètè Gènèrale mostra come in fasi di svalutazione competitiva diffusa, soprattutto da parte delle economie emergenti che al green back legano il proprio valore, quest’ultimo tenda a registrare un apprezzamento generalizzato in qualità di riserva valutaria per antonomasia.  Come seguire l’ evoluzione dell’oro e del biglietto verde? Nel primo caso, un interessante strumento è rappresentato dal Daily Leverage di Sociètè Gènèrale scritto sul Gold X5 Leveraged Usd Tr (IT0006725474). L’emissione, con scadenza fissata al 24 novembre 2017, prevede la partecipazione del 500% alla performance di uno specifico indice basato sul rolling sistematico del contratto Future sull’oro con scadenza mensile più vicina. La replica non è tuttavia lineare dal momento che l’indice strategico sconta il rischio cambio dovuto alla quotazione in dollari della commodity sottostante determinando una correzione su base giornaliera della performance dell’oro per il tasso eurodollaro.

Guarda unicamente alla divisa statunitense il benchmark Valuta Plus di RBS scritto sull’indice RBS Nv Valuta Usd, con scadenza fissata il 24 novembre 2015. Scambiato sul Sedex con codice Isin NL0009654649, equivale ad un investimento in un deposito in dollari che matura interessi relativi al tasso overnight statunitense meno lo spread convertito al tasso di cambio Eur/Usd. Dato un tasso interbancario prossimo allo zero per i depositi in dollari, il certificato riflette linearmente il tasso di cambio su base giornaliera.

YEN E NIKKEI

Secondo l’ultimo rapporto di J.P.Morgan Private Bank, è improbabile nel breve periodo un dietrofront della politica monetaria accomodante della BOJ. Non solo per via della legittimità dell’azione nel perseguire un’offensiva alla deflazione ma anche per ottenere un risvolto positivo sull’outlook economico, ancora depresso. Nel frattempo la borsa di Tokyo ha trovato nuova linfa, con il Nikkei tra i migliori indici del 2013  in rialzo sulla soglia dei 11400 punti, cioè sui massimi da ottobre 2008 . Ma fino a quanto potrà durare l’effetto della svalutazione competitiva sull’indice nipponico? Per salire sul treno del rialzo nel breve termine si segnalano due benchmark scritti sul Nikkei 225, entrambi esposti al rischio cambio, ovvero all’andamento dell’euro/yen oltre che della performance del sottostante. Si tratta in particolare di un Benchmark targato RBS  (codice Isin NL0009477264) e di un Reflex di Banca IMI ( codice Isin IT0004652779).

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