PETROLIO, TRA ECONOMIA E POLITICA

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Energetici in retromarcia dopo la folle corsa dell’ultimo trimestre. Le tensioni in Medioriente mantengono tuttavia alta l’attenzione sul petrolio dei Mari del Nord e lo spread con il WTI raggiunge i suoi massimi storici

Gli interventi di politica monetaria attuati da Federal Reserve, Banca Centrale Europea e Bank of Japan hanno ottenuto come primo risultato un ritorno del risk appetite sui mercati finanziari. Nelle ultime 10 settimane i listini azionari dell’area economica a stelle e strisce hanno assistito ad un netto miglioramento del settore finanziario nonché ad un forte rialzo di quello energetico. Poderoso recupero nell’ultimo bimestre anche per il comparto commodities, come mostrato dall’apprezzamento dell’indice CRB. Il susseguirsi di risultati deludenti sul fronte economico ha tuttavia impresso una ripida retromarcia sulle materie prime, ad eccezione dell’oro, bene rifugio per antonomasia, che ritorna invece ad attrarre capitali.  Il sentiment propositivo di mercato che aveva caratterizzato l’ultimo trimestre si trova infatti a fare i conti con segnali sempre più chiari di un calo della domanda di consumi. L’annuncio di lunedì della World Bank Of China di un rallentamento della crescita economica dell’intera regione asiatica con il tasso di crescita peggiore dell’ultimo decennio ha determinato una perdita di 20 centesimi di dollaro sul future Brent scadenza novembre e di 55 sul contratto sul WTI. Benché entrambi i principali benchmark del comparto petrolifero siano stati protagonisti di un poderoso recupero nell’ultimo trimestre (luglio – settembre), le tensioni geopolitiche delle ultime settimane stanno disegnando pattern differenti per le due curve, alzando l’asticella dello spread Brent-WTI oltre la soglia dei 22 dollari, mai raggiunta finora se si considera correttamente il rollover spread tra le diverse scadenze. Il petrolio dei Mari del Nord risulta infatti il termometro del conflitto tra Siria e Turchia, il cui rischio di contagio nei paesi limitrofi risulta sempre più elevato come risulta tristemente dalla posizione netta degli speculatori sul contratto future a scadenza novembre. A fronte delle tensioni tra Unione Europea e Iran e delle attese di un taglio delle consegne sul mercato fisico, mentre i contratti long dei non commercial trader sono in ribasso di 7653 unità nella settimana conclusasi martedì 2 ottobre, l’incremento segnato dagli speculatori è pari a 6422 contratti. Per il petrolio statunitense invece i non commercial trader sono in calo di 7653 unità. A pesare infatti sulle quotazioni del WTI, un livello della produzione settimanale ai suoi massimi dal 1996 secondo l’US Department of Energy che tuttavia, per via di un ritardo nella completa manutenzione degli impianti di raffineria ha determinato un aumento del prezzi dei prodotti petroliferi ed un forte incremento delle scorte.

TRIMESTRE DI SORPASSO

Facendo un passo indietro, oltre alle prime minacce relative al programma nucleare iraniano dello scorso maggio, si osserva come dopo i minimi raggiunti nella seconda metà del 2011, lo spread tra i due benchmark del settore abbia cominciato ad ampliarsi già prima del programma LTRO di febbraio. Entrambi sono stati tuttavia partecipi di un pesante calo nel secondo trimestre dell’anno, che ha portato il Brent a toccare un minimo annuale a 90,15 dollari a barile e il WTI a 79,01 dollari. Le misure non convenzionali della Banca Centrale Europea hanno invece riportato sull’ottovolante i due contratti. Il petrolio statunitense ha segnato un +6,68% rispetto agli 86,21 dollari del giugno precedente, mentre il Brent Crude Oil, sulla scia della spinta speculativa ha inanellato un +13,63% rispetto ai 97,79 dollari. Se tuttavia la flessione già intonata nel mese di settembre sul petrolio d’oltreoceano lo ha portato ad una quotazione corrente pari a 89,82 dollari al barile ( dati al 9 ottobre 2012), in calo del 3,4% dai 92,98 dollari rilevati a settembre, il Brent continua a rimbalzare nervosamente all’interno di una banda tra i 108 e i 112 dollari al barile. Complice in buona parte dell’atmosfera ad alta volatilità che caratterizza il future a scadenza novembre scambiato sull’ICE è senza dubbio la speculazione, e di certo anche le trading room statunitensi rimarranno alquanto nervose viste le incertezze legate alle elezioni presidenziali di novembre e ai dati sulla Cina, quale principale consumatore di greggio. Gli analisti sono tuttavia concordi sul ritenere che la debolezza economica limiterà in ogni caso l’upside rendendo poco probabile il mini rally che solitamente caratterizza le quotazioni del Sweet Crude Oil nell’ultimo trimestre, per via di un incremento della domanda dovuta al riscaldamento.  In termini di spread se tuttavia si guarda al lungo periodo, dove la speculazione perde il proprio ruolo di bussola, la forchetta tra le curve forward dei due contratti tende ad assottigliarsi.  La ripida pendenza negativa del Brent suggerisce infatti come il mercato stimi una sostanziale situazione di ipercomprato mentre il WTI risulti sottovalutato nel breve termine.

COME PUNTARE SUL RESTRINGIMENTO DELLO SPREAD

Da un punto di vista operativo, il restringimento dello spread può essere sfruttato aprendo una posizione ribassista sul Brent e contestualmente una rialzista sul Crude Oil WTI. Indipendentemente dalla direzione che prenderanno in futuro i due contratti, sarà sufficiente che il secondo faccia meglio del primo per permettere alla strategia di generare un profitto, come si è già avuto modo di osservare sul CJ numero 279 dello scorso maggio, di cui pubblichiamo un estratto.

( Tratto dal CJ 279 del 30 maggio 2012) ….ma vediamo ora quali risultati ha portato l’apertura di uno spread tra i due contratti dai valori del 4 aprile scorso. I futures scadenza maggio quotavano a tale data rispettivamente 123 dollari sul Brent e 101,6 dollari sul Crude Oil WTI. Il rollover spread sulle due scadenze successive, per effetto della backwardation sul Brent e del contango sul WTI, ha ridotto i profitti complessivamente di 1,25 dollari ( 0,81 di back sul Brent e 0,44 di contango sul WTI) ma nonostante ciò, in virtù dei futures scadenza luglio rispettivamente a 107,49 dollari sul petrolio europeo e a 91,95 dollari per quello americano, il differenziale si è ridotto da 21,39 a 16,7 dollari. Per impostare una strategia di medio termine volta a generare profitti in caso di restringimento dello spread segnalammo sul CJ numero 269 due certificati: un Benchmark a replica lineare del Crude Oil WTI future, identificato da codice Isin NL0009481878, quotato sul segmento investment di classe A del Sedex e un Mini Short sul Brent identificato da codice Isin GB00B70H8M78, quotato sul segmento leverage del Sedex. Entrambi emessi da RBS, ai valori del 4 aprile erano rispettivamente acquistabili a 66,4 euro e 0,193 euro. Per replicare una posizione in futures si è reso necessario acquistare 117 certificati Benchmark sul WTI, per una spesa di 7768 euro, e 10000 certificati Mini Short sul Brent, per un investimento di 1930 euro. Ai valori correnti, per effetto dei 62,35 euro a cui è valutato il Benchmark e dei 0,314 euro a cui è quotato il denaro del market maker del Mini Short, il profitto al lordo delle commissioni è pertanto pari a 736 euro, anche grazie al contributo dell’euro che nel frattempo, perdendo circa 6 figure, ha fatto apprezzare maggiormente i due strumenti.

Tornando ai giorni nostri, i medesimi strumenti possono essere utilizzati per puntare al rientro dell’eccesso generato dalla corsa del Brent, nettamente più spedita di quella del WTI.  Per entrambi occorre considerare il rischio di cambio nella formazione del prezzo e inoltre è necessario prestare attenzione al fatto che mentre il Benchmark sul Crude Oil WTI ha la scadenza fissata nel 2020, il leverage short sul Brent, pur avendo la scadenza prevista nel 2021, potrebbe incorrere anzitempo nello stop loss con conseguente estinzione anticipata. In particolare, a fronte di un current strike posto a 141,79 dollari, lo stop loss scatterà al raggiungimento dei 136,32 dollari. Si consiglia pertanto di non trascurare i rischi derivanti da un’operazione di spread trading che veda i due contratti apprezzarsi sensibilmente, nonché i costi di mantenimento delle due posizioni.

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