SOTTO 100, TRA PROTEZIONE E RENDIMENTO

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Listini azionari sui massimi e rendimenti obbligazionari risicati. Quali opportunità offrono i certificati a capitale protetto “sotto 100”?

Sarà stato lo scudo anti-spread a salvaguardia dei titoli periferici, ma il ritorno degli investitori sul mercato obbligazionario italiano si è fatto sentire eccome, spingendo il differenziale di rendimento con il decennale tedesco ben al di sotto del “target Monti” posto a 287 punti.  La ritrovata tonicità dei titoli di stato su tutte le scadenze ha riportato i rendimenti benchmark ai minimi dell’ultimo anno, benché lo spread tra la parte breve della curva dei tassi e quella lunga sia rimasto inalterato lungo lo stesso periodo di osservazione.  L’alleggerimento dei vincoli patrimoniali di Basilea III, unitamente al peso della componente Sovereign nella pancia del settore del credito italiano, ha così trainato il comparto bancario del Belpaese, che forte di un’ondata di liquidità ha fatto salire Piazza Affari sull’ottovolante. L’euforia si è osservata anche sui listini obbligazionari con un boom di collocamenti per i principali istituti del paese a fronte di un considerevole raffreddamento delle curve CDS, misura di mercato del rischio d’insolvenza di ciascuna emittente. Con una curva dei rendimenti dei titoli high yield sui minimi, sempre più lettori si domandano a questo punto quali alternative a capitale protetto possa offrire il mercato dei certificati.

 Athena Sicurezza, Equity Protection, Borsa Protetta, Protection Barrier. Diversi sono i nomi commerciali attribuiti ai certificati costituiti da uno zero coupon sintetico, ovvero combinazioni di opzioni tali da garantire alla scadenza un rimborso minimo, nella maggior parte dei casi coincidente con il prezzo d’emissione, analogamente ad un classico strumento obbligazionario. Le differenze sono tuttavia numerose. In primisla costruzione. Benchéentrambi garantiscano il rimborso del capitale a meno del rischio d’insolvenza dell’emittente, per un corporate bond il rendimento lungo la durata residua risente in maniera diretta delle condizioni finanziarie dell’”issuer”, mentre nel caso di un certificato è l’asset sottostante a guidare il fair value dello strumento. Ne consegue che, in caso di valore corrente del sottostante inferiore a quello strike così come di lunga durata residua del certificato, la variazione di valore del pacchetto opzionale sarà tale da scontare unicamente il fattore tempo, senza tenere conto del rischio dell’emittente o della volatilità del sottostante.

Acquistare un certificato a capitale protetto a scadenza sotto la pari, ovvero ad un prezzo inferiore al rimborso teorico può quindi rivelarsi una strategia vincente in termini di diversificazione di portafoglio. In caso poi di rialzo del sottostante al di sopra dello strike si può partecipare all’ulteriore upside, tenuto fermo il rendimento minimo derivante dalla garanzia del capitale. Prendendo a riferimento la curva “A rated” dei titoli corporate europei del settore finanziario osserviamo come il rendimento medio a 3 anni sia pari all’1,221% mentre quello a 5 anni dell’1,678%.  Facendo un’accurata selezione dei certificati cosiddetti sotto 100 disponibili sul mercato italiano è possibile trovare strumenti dal simile profitto ma con incorporata l’opzione di un upside potenzialmente illimitato.

CHI BATTE IL MERCATO

Sovraperformano sulle rispettive scadenze la curva dei tassi corporate “Europe Financials A rated” due Equity Protection Cap targati rispettivamente Crédit Agricole e Banca IMI. Il certificato dell’emittente francese, scritto sull’ Euro – dollaro, alla scadenza del 20 dicembre 2017 rimborserà un importo superiore a 100 qualora il tasso di cambio sarà inferiore al valore strike fissato a 1,2438 dollari per euro, altrimenti riconoscerà unicamente il nominale. Esposto ad un prezzo lettera di 88,4 euro a fronte di un valore del cambio pari a 1,3346, il certificato lascia spazio ad un rendimento minimo complessivo pari al 13,12%, equivalente ad un 2,63% su base annua.  In caso di effettivo deprezzamento, si attiverà la facoltà short con un rimborso massimo pari a 125 euro. L’Equity Protection di Banca IMI guarda invece al DAXGlobal Alternative Energy Index, l’indice relativo alle società più esposte al settore delle rinnovabili. Rilevato uno strike a 116,78 punti, alla scadenza del 30 ottobre 2014 replicherà linearmente l’apprezzamento del sottostante fino ad un massimo di 138 euro dato un rimborso minimo garantito pari a 95 euro. A fronte di 96,5 punti indice, il certificato è esposto ad un prezzo lettera di 92 euro, lasciando spazio ad un rendimento complessivo rispetto all’importo minimo garantito pari al 3,3% ovvero all’1,82% su base annualizzata.

CHI PUO’ DARE DI PIU’

Sempre di Banca IMI, ma con sottostante l’Eurostoxx 50, l’Equity Protection Cap con strike a 2824,3 punti e protezione dei 100 euro di nominale a scadenza, coniuga ad un rendimento minimo garantito la possibilità di amplificare il profitto complessivo in caso di apprezzamento del sottostante.  Esposto ad un prezzo lettera di 96,7 euro, alla scadenza del 29 dicembre2015, ameno di insolvenza dell’emittente, rimborsando il nominale garantirà un rendimento minimo complessivo pari all’1,15% su base annua. Basterà però un rialzo del sottostante pari al 3,6% rispetto ai correnti 2725,68 punti, per ottenere un rimborso superiore alla parità fino ad un importo massimo pari a 145 euro. Da segnalare tuttavia che la durata residua di circa tre anni e la presenza di un dividend yield medio del 4,37% concorreranno a porre un freno all’apprezzamento del certificato in caso di rialzo del sottostante.  Stesso rendimento annualizzato, stessa struttura ed emittente per l’Equity Protection Cap scritto sul FTSE Mib con scadenza fissata per il 30 luglio 2015. Fissato lo strike e il livello di protezione a 21096,97 punti, è richiesto un recupero di circa il 19%, esclusi i dividendi per ottenere un rimborso superiore a 100 euro.  L’acquisto ad un prezzo lettera di 97,15 euro lascia comunque spazio ad un upside minimo del 2,93%.

CHI E’ PIU’ IN RITARDO

Particolarmente indicati per quegli investitori con view di lungo periodo rialzista, alcuni certificati a capitale protetto, sacrificando i dividendi, affiancano alla protezione del capitale la possibilità di ottenere un rendimento superiore a quello minimo garantito dalla quotazione sotto la pari anche in caso di lateralità dei mercati. E’ questo il caso di un Borsa Protetta con Cap di Banca Aletti scritto su Eni. Rilevato uno strike a 16,9 euro, alla scadenza fissata il 29 luglio 2016, replicherà linearmente la performance del sottostante fino ad un importo massimo di 152 euro, fermo un rimborso minimo pari ai 100 euro di nominale. Dato un valore spot del titolo pari a 19,36 euro, equivalente ad un rimborso teorico di 114,55 euro, il certificato quota sotto la pari ad un prezzo lettera di 98,9 euro, lasciando così spazio ad un rendimento minimo garantito dell’ 1,11%. Se lungo la durata residua, il ricco dividendo staccato dal sottostante, la presenza di un cap e la scadenza di lungo termine arrestano l’apprezzamento dello strutturato, alla scadenza sarà sufficiente che Eni rilevi al valore corrente per ottenere un profitto del 15,83%.  L’Equity Protection di Deutsche Bank scritto sull’S&P Bric 40 non prevede invece alla scadenza alcun cap ai rendimenti. Fissato lo strike a 2656,66 punti ed un livello di protezione pari al 100% del nominale, alla scadenza del 9 aprile 2016, replicherà linearmente l’apprezzamento del sottostante con un upside potenzialmente illimitato. A fronte di un dividend yield annuo stimato al 3,52% ed un valore spot dell’indice pari a 2365,39 punti, il certificato è esposto ad un prezzo lettera di 95,46 euro, riconoscendo così un rendimento minimo a scadenza pari al 4,76%. Sarà necessario tuttavia un recupero dei livelli non più toccati da marzo 2011 per ottenere un rimborso potenzialmente illimitato.

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